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Ho scoperto che non mi mancava uno sport. Mi mancava una parte di me.

12-07-2026

Ci sono esperienze che ci incuriosiscono.
E poi ce ne sono altre che, ancora prima di viverle, ci chiamano.
Questa è una di quelle.
Da quando io e Ivana avevamo deciso di trascorrere una giornata sui Bike Beats dell'Alta Badia, sentivo dentro di me un entusiasmo difficile da spiegare.
Era un'euforia semplice, quasi infantile.
Quella sensazione che provavo da bambina quando sapevo che il giorno dopo sarebbe successo qualcosa di bello e non vedevo l'ora che arrivasse.
La cosa curiosa è che non avevo mai fatto i Bike Beats con un'e-bike.
Con la mountain bike avevo già vissuto tante giornate in montagna, ma questa esperienza era completamente nuova.
Eppure, dentro di me, qualcosa sembrava sapere già.
Come se il mio corpo avesse riconosciuto quella giornata prima ancora che iniziasse.
Solo dopo ho capito perché.
Non era la bici.
Non erano i trail.
Era quella parte di me che, in libertà, aspettava di riemergere.
C'erano il divertimento.
L'adrenalina.
La libertà.
La leggerezza.
La felicità.
Ma sopra ogni cosa c'era una sensazione che non provavo da molto tempo.
Mi sentivo viva.
Viva.
Questa parola mi accompagna da quando sono tornata a casa.
Perché ci sono periodi della vita in cui continuiamo a fare tutto ciò che dobbiamo fare.
Lavoriamo.
Ci prendiamo cura delle persone che amiamo.
Organizziamo.
Corriamo.
Risolviamo problemi.
Sorridiamo.
Ma, senza accorgercene, smettiamo di ascoltare quella parte di noi che ha bisogno di stupirsi.
Di giocare.
Di esplorare.
Di sentire il cuore battere non per la fatica della vita, ma per la gioia di viverla.
Durante quella discesa ho avuto una sensazione molto chiara.
Non stavo diventando una persona diversa.
Stavo semplicemente tornando a essere me.
Mi sono resa conto che negli ultimi anni avevo coltivato con amore la parte più silenziosa di me.
La meditazione.
La mindfulness.
L'ascolto.
La presenza.
Tutte cose preziose, che continueranno a fare parte del mio cammino.
Ma avevo lasciato un po' indietro un'altra Silvia.
Quella avventurosa.
Quella che ama mettersi alla prova.
Che sorride davanti a una discesa sconosciuta.
Che si sporca di terra.
Che ride.
Che si emoziona.
Che sente il vento sul viso e pensa:
"È esattamente qui che voglio essere."
Ho capito che non dobbiamo scegliere tra profondità e leggerezza.
Possiamo essere tutte queste parti di noi.
Possiamo meditare e cercare l'adrenalina.
Possiamo amare il silenzio e ridere a crepapelle.
Possiamo cercare la pace senza rinunciare all'avventura.
Essere in equilibrio, forse, non significa eliminare una parte di noi.
Significa dare spazio a tutte.
Anche alle più dimenticate.
Un'altra cosa ha reso quella giornata speciale.
L'ho vissuta insieme a una persona con cui mi sono sentita profondamente in sintonia.
Una di quelle persone che non cercano di cambiarti.
Che non ti trattengono.
Che non ti giudicano.
Ma che, semplicemente, fanno emergere il meglio di te.
Ho pensato che, forse, anche questo è benessere.
Scegliere persone che ci ricordano chi siamo.
Non perché ce lo dicano.
Ma perché, accanto a loro, smettiamo di fingere.
E torniamo naturalmente a essere noi stessi.
Quando sono tornata a casa mi sono resa conto che quella giornata aveva lasciato dentro di me qualcosa di molto più grande di un ricordo.
Aveva acceso una domanda.
Quante volte scegliamo ciò che è comodo invece di ciò che ci fa sentire vivi?
Forse il benessere non è una destinazione.
Forse è imparare ad ascoltare quella sensazione sottile che ci dice:
"Qui sì. Qui mi sento a casa."
Quel giorno non ho scoperto uno sport.
Non ho scoperto una nuova passione.
Ho ritrovato una parte di me che era sempre stata lì, in silenzio, aspettando solo il momento giusto per tornare a respirare.
E credo che, in fondo, vivere come l'acqua significhi proprio questo.
Non cercare di diventare qualcun altro.
Ma continuare a scorrere verso quei luoghi, quelle persone e quelle esperienze che ci riportano, con dolcezza, alla nostra natura.
Perché la vita non mi chiede di essere sempre calma.
Mi chiede di essere viva.

A presto,
Silvia